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Incontri Di Gusto #3 – Il Giusto Tempo

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“La ricerca di perfezione nella realizzazione di un piatto, nell’immortalare un momento in uno scatto, nelle nostre passioni così come nella vita, è una delle caratteristiche che da sempre accomuna me e Giulia, che ci spinge a reinventarci continuamente e a raggiungerci anche dall’altra parte d’Italia per dar vita alle nostre idee. È così che ha preso forma Incontri di Gusto, la nostra rubrica enogastronomica pronta a mostrarvi da un peculiarissimo punto di vista, quello delle nostre parole e delle nostre foto, idee, convinzioni, luoghi di culto, creazioni in tutti i loro eccetera visivi e gustativi.
Quando qualcosa è davvero importante merita il viaggio.
E noi speriamo di farvi viaggiare insieme alle nostre passioni.”

G&G

 

“ Dare la giusta importanza al piacere legato al cibo, imparando a godere della diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione e degli artefici, a rispettare i ritmi delle stagioni e del convivio…”

 

Da tempo, grazie al nostro lavoro, abbiamo il privilegio di poter osservare la vita e il lavoro delle persone, raccontare le loro storie e porre l’attenzione sulla costanza, la dedizione e il tempo necessario per la realizzazione di un qualsiasi progetto che possa definirsi di qualità. Vivendo e lavorando a stretto contatto con il settore enogastronomico italiano ci rendiamo contro giorno dopo giorno di quanto il concetto di “ giusto tempo” sia imprescindibile per il raggiungimento di standard elevati.
In risposta ad una cultura improntata su un unico valore, il profitto, e fondata sui pilastri del fast food e della sua deriva, il junk food, dove il piacere si rivela del tutto incompatibile con la produttività, perché il tempo speso per la sua ricerca viene sottratto alla produzione, risuona a gran voce l’urlo rivoluzionario di SlowFood, fondata da Carlo Petrini nel 1986.

 

L’Emilia Romagna è stata una delle prime regioni a cogliere da subito il potenziale intrinseco del “ideologia slow”, al punto da dar vita ad una vera e propria community di CittàSlow.
E noi, da brave sostenitrici di questa filosofia, ci siamo volute immedesimare e recare in prima persona nei luoghi in cui si respira il valore del tempo e un nuovo modello di piacere, basato su un godimento lento della vita.
E da quale miglior piacere della vita partire, se non dal cibo, per sperimentare l’ideologia Slow?

Proprio per questo io e Giulia questa volta, accompagnate da una voce narrante d’eccezione, Bianca, modenese Doc, siamo partite alla volta di Modena, una delle capitali gastronomiche italiane dove il ritmo rilassato della quotidianità caratterizza anche la preparazione delle specialità locali.
La mattina, ad esempio, è buona consuetudine dei modenesi ritrovarsi nei bar del centro per gustare insieme una colazione a base di chiacchiere, gnocco fritto e cappuccino.
E noi che banalmente prendiamo al volo una brioche…

E quando pensiamo a Modena, non possiamo non pensare all’aceto balsamico, uno degli elementi cardine della sua tradizione gastronomica, che per definirsi tale richiede grande cura, assidua costanza e tempi di produzione estremamente lunghi, che ne garantiscono l’autenticità.

Quando parliamo di aceto balsamico DOP, dobbiamo immaginare un prodotto esclusivamente a base di mosto cotto, il suo peculiarissimo passaggio di botte in botte, ognuna di legno diverso per conferire il caratteristico aroma (gelso, ciliegio, castagno, ginepro e rovere), il suo invecchiamento, che per un affinato richiede un minimo di dodici anni, mentre per un extravecchio minimo venticinque anni. La differenza, invece, con un IGP consiste sia nella composizione, che oltre al mosto vede un’aggiunta di aceto di vino, sia nella mancanza dell’inconfondibile passaggio di botte in botte. L’invecchiamento richiesto, in questo caso, è di minimo due mesi.

Ma dato che a noi piace strafare, abbiamo deciso di degustare persino un aceto balsamico che ha quasi il quadruplo della nostra età.

 

 

Un vero modenese, e Bianca ce lo assicura, accompagna sempre la degustazione dell’aceto balsamico all’unicità del Parmigiano Reggiano, un altro ingrediente che della lentezza fa il suo punto di forza.

Nel silenzio dei magazzini le forme si rincorrono in lunghe file. Realizzate con 550 l di latte ciascuna, vengono lasciate riposare su tavole di legno, la parte esterna del formaggio si asciuga formando una crosta naturale, senza trattamenti, perciò perfettamente edibile. Quella del Parmigiano Reggiano è una storia lunga, ma è anche una storia lenta, che scorre al naturale ritmo delle stagioni. Le sue stagionature richiedono un tempo che va dai 12 ai 30 mesi.

Ma chi più di tutti a Modena conserva e tramanda l’arte del cucinare tradizionale e l’idea di una lenta e sapiente preparazione sono le “Rezdore”, mitiche custodi delle antiche ricette emiliane. Armate di matterello, sapienza e un pizzico di farina stendono la sfoglia a regola d’arte e con le loro creazioni fanno sognare i palati di grandi e piccini, soprattutto durante le feste.

[Spoiler alert: a seguire i loro sensazionali tortellini]

Abbracciare lo slow living significa fermarsi. Riflettere, considerare e poi ripartire, con un ritmo lento ma avendo in mente un obiettivo definito e ragionato. Andare piano non significa affatto non arrivare più, ma arrivare al prodotto finale con più consapevolezza.
È così che scatta la scintilla.
È questo il momento in cui ci si converte allo Slow Food.

 


Un ringraziamento speciale va alle aziende che ci hanno ospitato per raccontare il nostro concetto di tempo: Acetaia Giusti, Ristorante Omer, Caseificio Antica Latteria Ducale.

 

Ci vediamo al prossimo Incontro Di Gusto.

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