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Retrobottega: il richiamo dell’innovazione

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Via della Stelletta, al n. 4, spicca una location del tutto nuova a due passi da Piazza Navona. Luci eteree, prospettiva dark ideate dallo studio Morq, quasi in japanese style, grossi banconi da dieci sedute e ambiente minimal-chic: è il nuovo Retrobottega.
Nuovo perché, dopo una prima fase forse un po’ ibrida, ha preso vita un concept che promette ancora di rivoluzionare la visione gastronomica romana ma con un’identità molto più definita. Concetto e filosofia non sono cambiati: tavoli social, solo sgabelli e un’idea di mise en place fai da te alternativa, con posate e tovagliolo in un cassetto sotto al tavolo in corrispondenza del proprio posto (a parer mio l’unica pecca del locale causa scomodità). Preservato anche il rapporto chef – cliente con le immancabili cucine a vista per scambiare due chiacchiere e incantarsi, come nel mio caso, nel guardare gli impiattamenti a regola d’arte di Alessandro Miocchi. Quella sera di primavera sarebbe stato capace di convincermi a mangiar tutte le proposte presenti in carta.

Non è di certo una novità, per chi mi conosce, il mio amore smisurato nei confronti della capitale, troppo distante,però, negli sguardi e nelle avanguardie dalla Milano in cui vivo e che quotidianamente riesce a sorprendermi in chiave contemporanea.
Il costante sguardo al passato di Roma, baluardo di storia e di storie eterne, ha fatto sì che negli anni la cultura gastronomica romana si sia placidamente cullata su quei quattro/cinque capisaldi della tradizione, di cui tutti andiamo orgogliosamente fieri, ma che purtroppo non riescono più a soddisfare del tutto i palati più esigenti, attratti dalle costanti ma mai eretiche novità.

Non nascondo, quindi, che trovare due chef, come Giuseppe Lo Iudice e Alessandro Miocchi, così avanti nella concezione di “cucina” in termini di una capitale quale Roma, mi abbia piacevolmente sorpresa.
Entrambi vantano un curriculum prestigioso nell’alta ristorazione e una collaborazione al Pagliaccio di Anthony Genovese, dove si sono conosciuti.
Entrambi hanno scelto di rinunciare ad una cucina individuale per spostare i riflettori non sulle proprie capacità e/o personalità, ma sull’artigianalità dell’atto del cucinare e sul gusto.

Si può scegliere tra un menu degustazione di cinque o sette portate a 50€/75€ oppure lasciarsi trasportare dalle proposte in carta in continua variazione.
Sono piacevolmente partita con un “Carciofo, castagne, menta e pecorino”, per proseguire con un “Risotto, mosto di malto e speck”, un assaggio ai famosi “Tortelli, broccoli e acciughe”, l’immancabile “Piccione, tamarindo e topinambour” e per finire un dessert di “Cannolo al limone”, che stupisce per consistenza.


In cucina, infatti, regnano sottovuoti e basse temperature per valorizzare ingredienti ed abbinamenti geniali, che di tradizionale, in una città che della tradizione ha fatto il suo stendardo, non ha alcunché.
E forse, questa volta, è meglio così.

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